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Moto al Giro d’Italia 2026, la polemica non si ferma

Le moto al Giro d’Italia 2026 sono di nuovo al centro del dibattito. Non è una novità, ma la tappa 15 da Voghera a Milano ha riacceso tutto. Fredrik Dversnes (Uno-X Mobility) vince in volata battendo i compagni di fuga Mirco Maestri e Martin Marcellusi, con il quartetto fuggitivo che resiste fino al traguardo di Corso Venezia vanificando il lavoro dei treni dei velocisti. Un risultato che in molti faticano a spiegare senza chiamare in causa la scia delle moto.

Come funziona la scia delle moto al Giro d’Italia 2026

Il principio fisico è semplice. Una moto in movimento riduce l’attrito con l’aria e crea una zona di bassa pressione che avvantaggia chi le sta dietro. Secondo lo studio dell’esperto di aerodinamica Bert Blocken, un ciclista a 54 km/h guadagna 12,7 secondi al chilometro se si trova a due metri e mezzo dalla moto, e ancora 1,6 secondi al chilometro anche a 50 metri di distanza. Proiettato su decine di chilometri di gara, il vantaggio diventa tutt’altro che trascurabile. I corridori lo sanno e spesso cercano attivamente la scia, cambiando direzione di scatto per seguire le moto.

Ciclismo dietro le moto

Dopo l’arrivo di Milano le reazioni non si fanno attendere. Il corridore tedesco Teutenberg commenta senza mezzi termini che il finale assomigliava a uno scherzo, e che chiunque capisca qualcosa di ciclismo sa che quattro fuggitivi stanchi non reggono così facilmente alla rimonta del gruppo. Van den Bossche ammette che è difficile dirlo con certezza, ma sottolinea che sia per il gruppo che per la fuga c’è la scia delle moto, e che sul circuito cittadino c’era anche un limite di velocità. Il problema, come sempre, è che nessuno può quantificarlo con precisione in tempo reale.

Un rapporto complicato da anni tra ciclisti e moto

Il nodo non nasce nel 2026. I corridori si lamentano delle moto da decenni, quasi sempre però quando il vantaggio va agli avversari e non a loro. È un paradosso noto, che rende difficile ogni intervento netto. Al Giro d’Italia 2026 i regolatori sono quattro, tutti ex ciclisti professionisti, e lavorano in stretto contatto con i direttori sportivi per gestire il traffico attorno alla corsa. Le linee guida UCI prevedono che le moto non interferiscano e filmino i corridori lateralmente, ma far rispettare le distanze in un circuito cittadino a 53 km/h è un’altra cosa.

Soluzioni sul tavolo

Le proposte circolano da tempo. Droni, telecamere fisse sulle salite, sensori di distanza sui cruscotti delle moto, zone di accesso riservate a pochi fotografi che poi condividono le immagini. Qualcosa si muove, ma i passi avanti sono lenti. Nelle gare a cronometro la distanza minima del veicolo di assistenza è già stata portata da 10 a 25 metri, un segnale che il problema esiste e viene riconosciuto, ma che i diretti interessati considerano insufficiente. Il nodo vero resta la diretta televisiva, che richiede moto vicine e posizionate bene per garantire riprese di qualità.

Il dibattito resta aperto sulle moto al Giro d’Italia 2026

Le moto al Giro d’Italia 2026 sono indispensabili per raccontare la corsa, trasportare operatori, fotografi e motocronisti, e in certi casi offrire assistenza ai corridori. Toglierle non è un’opzione. Il punto è gestirle meglio, stabilire distanze precise e farle rispettare nei momenti chiave della gara.

Finché il regolamento lascia zone grigie e la tecnologia non offre alternative solide alla moto con cameraman a bordo, ogni arrivo a sorpresa rischierà di finire sotto accusa. E il ciclismo continuerà a discutere di scie invece che di ciclismo.

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